Marchètting soup

Appunti assolutamente sparsi e vari dall'autore di Marchètting blog (http://marchetting.wordpress.com)

Nella discussione, spesso assai male impostata, sui quotidiani di carta vs. online, si perde molte volte di vista un fatto macrocospico, ovvero che i quotidiani online non esistono. Sul web troviamo soprattutto notiziari online, che sono prodotti molto distanti, e non perché non sono stampati su ex alberi, dai quotidiani. Il che ci riporta da un lato alla grandezza monumentale del quotidiano di carta come costrutto complesso di contenuto, formati, gerarchie e supporto storicamente depositato (ergo, il suo disporsi come prodotto) e dall’altro illumina la resilienza straordinaria di questo prodotto, che un senso interamente moderno non l’ha più.

Se prendiamo un punto di vista internettiano, verrebbe da pensare che mentre i grandi formati post-blog (Twitter, Friendfeed) capitalizzano la capacità di rendere disponibile entro community più o meno bonded i contenuti come relazioni, i quotidiani dovrebbero incominciare a pensare in altri termini, strategicamente e dal punto di vista del design. Dovrebbero iniziare a vestire da giornali i propri notiziari online.

marco formento / blinkenmedia

Pesca contro caccia

Il vecchio marketing è la caccia: molti proiettili, molti spari, e di più armi da fuoco disponi, e più sofisticate sono, più prede ti porti a casa.

Poi un giorno le prede hanno iniziato a comunicare tra loro su come sfuggire alla caccia, e quindi ora servono sempre più armi per catturare sempre meno prede.

Il nuovo marketing è la pesca: capire quale pesce c’è nello stagno, quale ci interessa, quale amo e quale esca utilizzare, pasturare sapientemente (non troppo e non troppo poco), utilizzare tutta la fiducia e la pazienza per aspettare, a volte per ore, che il tappo scenda, usare tutta una lunga tecnica di ingaggio per riuscire a tirare su il pesce.

La pesca è uno sport tremendamente noioso, si sa, niente bum bum bum. Non è per tutti. E in aggiunta il nuovo marketing utilizza la tecnica del catch and release, in modo che il pesce lo dica agli altri simili - che non lo avete mica mangiato.

[mini]marketing - 8 maggio 2009
Da un post odierno di Gianluca, come cambia (o dovrebbe cambiare) l’attitudine delle aziende a stare su internet…

Da un post odierno di Gianluca, come cambia (o dovrebbe cambiare) l’attitudine delle aziende a stare su internet…

Il solito spassoso ed illuminante Gianluca di [mini]marketing ci intrattiene con il [mini]marketing dell’edicola…
qui sotto il testo del suo post del 31 ottobre scorso:
Per chi, come me, da piccolo alle elementari scriveva nel tema libero che da grande sarebbe stato un giornalista, il naturale piano B - che tutti noi teniamo per puro e illusorio conforto psicologico nel cassetto della scrivania - è aprire, per nemesi finale e risolutiva, un’edicola.
Dunque domenica mi ci sono recato, con lo stratagemma di un acquisto di figurine in cui mostri orrendi dai nomi orrendi si fanno reciprocamente cose orrende, per un preliminare assessment allo scopo di valutare il modello di business e il posizionamento dei prodotti. 
In pratica, ne è derivato un vero proto-post in stile [mini]marketing 2004-2005, solo realizzato con tecnologie e forme adeguate a questi tempi di fast food blogging – che se fai un post più lungo di dieci righe, e non sei Suzukimaruti, non te lo legge nessuno – in cui il rapporto ritorno/tempo impiegato è molto più elevato nell’inviare in giro dieci profondi twit o dieci spiritosi messaggi friendfeediani da una riga o – ancora più veloce! - dieci shared items in Google Reader o in Tumblr.
Ma torniamo al minimarketing dell’edicolante: qui sotto si trova lo schema riassuntivo di ciò che ne ho capito, della mappa dei bisogni soddisfatti e dei relativi target (lo uso consapevolmente). Non so se il mio campione, catturato dalle riviste appoggiate alla parete dell’edicola, sia rappresentativo del mercato editoriale, ma temo di sì.

Il solito spassoso ed illuminante Gianluca di [mini]marketing ci intrattiene con il [mini]marketing dell’edicola…

qui sotto il testo del suo post del 31 ottobre scorso:

Per chi, come me, da piccolo alle elementari scriveva nel tema libero che da grande sarebbe stato un giornalista, il naturale piano B - che tutti noi teniamo per puro e illusorio conforto psicologico nel cassetto della scrivania - è aprire, per nemesi finale e risolutiva, un’edicola.

Dunque domenica mi ci sono recato, con lo stratagemma di un acquisto di figurine in cui mostri orrendi dai nomi orrendi si fanno reciprocamente cose orrende, per un preliminare assessment allo scopo di valutare il modello di business e il posizionamento dei prodotti.

In pratica, ne è derivato un vero proto-post in stile [mini]marketing 2004-2005, solo realizzato con tecnologie e forme adeguate a questi tempi di fast food blogging – che se fai un post più lungo di dieci righe, e non sei Suzukimaruti, non te lo legge nessuno – in cui il rapporto ritorno/tempo impiegato è molto più elevato nell’inviare in giro dieci profondi twit o dieci spiritosi messaggi friendfeediani da una riga o – ancora più veloce! - dieci shared items in Google Reader o in Tumblr.

Ma torniamo al minimarketing dell’edicolante: qui sotto si trova lo schema riassuntivo di ciò che ne ho capito, della mappa dei bisogni soddisfatti e dei relativi target (lo uso consapevolmente). Non so se il mio campione, catturato dalle riviste appoggiate alla parete dell’edicola, sia rappresentativo del mercato editoriale, ma temo di sì.

Osvaldo Adinolfi racconta una delle relazioni dell’ Edelman Summer School, in particolare quella di Rick Murray, presidente di Edelman Digital. Condivido i tre concetti espressi:

-Continuità: la comunicazione digitale (e non solo quella, aggiungo io) va pensata per durare nel tempo e non strutturata come un flight pubblicitario)

-Centralità dei contenuti prima che della creatività

-Diffusione di una “cultura digitale” in luogo del “reparto digitale”

Che poi a dirlo è facile mentre applicarlo sulle realtà aziendali, specie quelle più grandi e complesse, è un’altra storia. E qui sta la vera sfida: non solo comprendere il cambiamento (che sarà sempre di più un’attività on-going), ma saperlo applicare.

Il blog di Mauro Lupi
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Marketing & Communication Manager da licenziare

Marco Camisani Calzolari racconta l’infausto tentativo di parlare di comunicazione e nuove opportunità digitali con la Marketing & Communication Manager di una nota azienda che produce birra.

Illuminante questo passaggio:

Accantono TuoVideo e il videosharing in genere, parlo per altri cinque minuti di Nuovo Web, di nuove nicche, di coda lunga, etc…

Alla fine mi risponde così: “Mi scusi ma io mi occupo di comunicazione e marketing, non mi intendo molto di queste cose. Dovrebbe parlare con la web agency che ci ha fatto il sito”.

Non volermene, ma senza una riga che mi dica chi sei, dove ci siamo visti, come mi conosci/ci conosciamo, difficilmente approverò una richiesta di amicizia su Facebook e altrove. Sono snob? Pandemia, “Amici di un senatore su Facebook”